LA RIFLESSIONE – Inzaghi si intende di ippica. A due mesi dal derby maledetto è un cerchio che si chiude?

Se c’è una cosa che può andar male, andrà peggio. E se c’è una partita in cui pensi di averlo visto, il peggio, quella dopo tristemente ti smentirà. Era questo il sentimento prevalente nei tifosi nerazzurri degli ultimi due mesi, quando la squadra aveva raccolto la miseria di 7 punti in 7 partite, centrando zero vittorie in trasferta (l’ultima quella del 17 dicembre a Salerno). E tutto era cominciato quando? Il 5 febbraio scorso, quando l’Inter di Inzaghi – ormai lo abbiamo ripetuto più volte – perse un derby in maniera totalmente immeritata. L’inizio delle nostre disgrazie, l’inizio della svolta negativa ad una stagione che sembrava un sogno.

Poi, però, tutto si interrompe. Deve interrompersi. E il click decisivo potrebbe essere avvenuto ieri sera allo Stadium, nelle stesse modalità, ma con un delizioso contrappasso: l’Inter non ha meritato la vittoria a Torino perché la Juventus ha creato oggettivamente di più, anzi ha fatto una fatica immensa, snaturandosi e tenendo un baricentro basso, mai così basso in stagione. Sì, però ha vinto. Ha ritrovato il successo in trasferta, proprio nella trasferta più significativa per i colori nerazzurri, laddove l’Inter non vinceva da 10 anni, da quell’1-3 di Stramaccioniana memoria. Lo ha fatto, inoltre, a due mesi esatti da quel derby maledetto che ha incrinato le certezze della squadra di Inzaghi, creando i presupposti per una spirale negativa dalla quale pensavamo di non uscire più. Benintesi, nulla è stato fatto, poiché quello apposto allo Stadium deve essere solo il primo mattoncino degli altri otto che la Beneamata è chiamata a mettere insieme per poter sognare ancora la seconda stella. Tuttavia, potrebbe essere un crocevia decisivo, la chiusura di un cerchio (e che brutto cerchio!) che un malefico compasso aveva cominciato a disegnare proprio quel 5 febbraio.

La vittoria di ieri è stata nuova. Nuova perché tante volte, in quest’annata, abbiamo incassato i complimenti per le prestazioni, nei quali però – ovviamente – non ci si poteva crogiolare, in assenza di risultati. Dei riconoscimenti effimeri non ci facciamo proprio niente. Tante volte abbiamo detto che questa squadra, a livello strutturale, per vincere deve dominare il gioco e quindi può farlo solo meritatamente. Niente corto muso, per intenderci. Ieri sera, invece, il mondo si è ribaltato: l’Inter ha interpretato la gara in maniera differente, costringendo la Juventus a prendere in mano il pallino del gioco per tutta la durata del match. I bianconeri hanno creato, meritavano certamente un gol, ma i nerazzurri hanno azzannato la preda chiudendosi nelle barricate: sofferenza, sacrificio collettivo, spirito di gruppo. Certo, la squadra non è stata affatto brillante: ha sbagliato tanto tecnicamente, faticando in maniera abnorme in costruzione, creando pochissimo nella metà campo offensiva. Barella ha confermato il momento di appannamento, Bastoni e Brozovic hanno perso qualche palla di troppo, Lautaro e Dzeko hanno fatto davvero poco. Tutti, però, si sono sacrificati in fase difensiva, proteggendo quella porta con tutti i propri mezzi: bene anche i subentrati Vidal e Gagliardini che, seppur in modo spesso confusionario, si sono ambientati subito nel clima da battaglia.

Era questa la risposta che ci aspettavamo, ancor prima della bellezza estetica che, come ha detto uno Skriniar monumentale contro Vlahovic e migliore in campo in assoluto, “in questo momento passa in secondo piano”. Siamo ai primi di aprile, contano i risultati. E allora “fotografia! Corto muso, musetto davanti“. Anche Simone Inzaghi si intende di ippica. E contro la Juventus lo dimostra spesso e volentieri: per ulteriori informazioni, chiedere a Bonucci.

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