L’ANALISI – Gagliardini distrugge il piano partita di Inzaghi. Ora tutto in 20 giorni


L’Inter ha giocato 15 partite negli ultimi 50 giorni. A fine stagione, avrà disputato tutte le gare possibili per un club italiano: le 38 di campionato, quella di Supercoppa Italiana, le 5 di Coppa Italia e le 13 di Champions League. In tutto fanno 57 partite, un numero mastodontico.

Nell’ultimo periodo, l’Inter ha letteralmente scritto un’altra storia per raccontare la sua stagione. Ha vinto un doppio confronto con il Milan in Champions League e con la Juventus in Coppa Italia prendendosi le finali di entrambe le competizioni: preso da solo, è già un bel motivo per sorridere. Non solo, perché si è guadagnata anche la possibilità di dipendere unicamente da se stessa in campionato. A un certo punto si trovava al sesto posto in classifica, la rassegnazione di non giocare la prossima Champions era dilagante e rischiava di pervadere l’intero ambiente. Non si è data per vinta, ha ottenuto cinque successi consecutivi, lenendo le ferite procurate dai suoi precedenti errori ed è il motivo per cui oggi, anche dopo una sconfitta, non vive un dramma.

Tutto questo preambolo per dire cosa? Che le scelte di formazione di Simone Inzaghi ci stavano, eccome. Bisogna tenere conto del dispendio fisico e psicologico che gare di questa portata ti tolgono. Nelle ultime gare, l’Inter aveva sempre un forte carico di pressione addosso in tutte le competizioni e ha dato naturalmente il massimo possibile, all’interno di un calendario folle che ha compreso pure due euroderby e la tensione pazzesca che ne consegue. C’è da tener conto, poi, degli impegni che attendono i nerazzurri: una finale di Coppa Italia da vincere cui si aggiunge, a stretto (anzi, strettissimo) giro di posta la gara di San Siro con l’Atalanta. La Lega Serie A ci ha messo il carico da novanta, piazzandola il sabato sera.

Gagliardini rovina il (giusto) piano partita

È molto probabile che il pensiero di Simone Inzaghi sia stato il seguente: nessuno può giocare tre partite in sei giorni, a maggior ragione a questo punto della stagione caratterizzato da un inevitabile logorio sotto tutti i punti di vista. Una delle tre gare va “sacrificata” sull’altare del turnover estremo, quale? Di certo non quella che può portare un trofeo. Per quanto riguarda le altre due, ce n’è una che rappresenta quasi un match point e verrà disputata a casa, sarà l’ultima stagionale in un San Siro che anche quest’anno si è dimostrato contenitore d’amore e passione.

E allora vada per il turnover contro il Napoli. Questo, però, non significa perdere in partenza, ma preparare la gara di conseguenza. Consapevole dei limiti tecnici di una formazione imbottita di seconde linee, il tecnico piacentino ha impostato una gara prettamente difensiva contro i campioni d’Italia in carica. Stava anche funzionando, perché quella di concedere il pallino del gioco agli avversari era una scelta obbligata, ma ai partenopei era stato concesso pochissimo. Il piano era quindi: resistere nel primo tempo, tentando di far male nelle ripartenze, tenere la gara in equilibrio e poi tentare il golpe nel secondo tempo grazie ai rinforzi dalla panchina.

Un piano che è stato malamente distrutto da Roberto Gagliardini. La prova del numero 5 era stata, al solito, pessima e ai limiti dell’imbarazzante. Ma questa volta, non contento, ha deciso di distruggere letteralmente una preparazione tattica, giorni di lavoro e tutto ciò che poteva: cartellino giallo rimediato per un fallo senza senso su Di Lorenzo (che era nella sua metà campo e orientato verso la propria porta), poi altro intervento da secondo giallo su cui l’arbitro non era intervenuto ma, non contento, l’ex Atalanta è infine riuscito a farsi espellere con l’ennesima entrata in ritardo su Anguissa. Eppure lo avevano redarguito e avvisato anche dalla panchina: ci hanno provato Lautaro, Gosens e anche Inzaghi, a dirgli “stai attento”. In cambio hanno ricevuto una reazione sfastidiata, il lusso dell’arroganza in un giocatore che – senza alcun motivo – è rimasto all’Inter per sette lunghissime stagioni. E poi l’espulsione, ovvio, che ha mandato all’aria tutto quanto.

Il fattaccio ha esasperato l’atteggiamento dell’Inter, che non ne è uscita neppure malissimo. Difesa, difesa, difesa ma anche punte di pericolosità davanti. Il gol di Anguissa è stato pareggiato da Lukaku, prima della prodezza di Di Lorenzo e del gol all’ultimo secondo di Gaetano propiziato da un’Inter sbilanciata in avanti con l’uomo in meno. Come ha detto Inzaghi, “la sconfitta ci rallenta la corsa Champions“. Non è affatto indolore nella classifica, ma fa meno male se guardiamo all’atteggiamento della squadra. I nerazzurri adesso avranno la possibilità di dipendere – come detto – solo dalle proprie possibilità e non è cosa da poco.

Tutto in 20 giorni

C’è materiale per essere fiduciosi, pur tenendo presente che si tratta di una situazione molto delicata, visto il calendario e viste le avversarie che con l’Inter – a differenza di quanto visto nelle ultime giornate dell’anno scorso in partite che riguardavano squadre molto vicine a noi – non regalano niente, ma niente di niente. E grazie al cielo, aggiungiamo.

Nei prossimi 20 giorni, la squadra di Simone Inzaghi si giocherà letteralmente tutto, perché è coinvolto ogni obiettivo stagionale: due trofei e un piazzamento da raggiungere. Prima la finale di Roma per vincere il quarto titolo negli ultimi due anni. Poi le due partite rimanenti in campionato: lo scontro diretto con l’Atalanta e quello particolarmente ostico, sul campo del Torino, all’ultima giornata. L’Inter ha bisogno di 4 punti se non dovesse esserci penalizzazione afflittiva per la Juventus, oppure di 2 punti se i bianconeri dovessero essere puniti (domani la sentenza definitiva sul filone plusvalenze): serve un ultimo sforzo per prendersi la qualificazione in Champions League. E poi, il 10 giugno, Sogno e Storia si fonderanno in un’unica cornice, con Topkapi e Moschea Blu sullo sfondo, in una notte turca da brividi. Dipende tutto dall’Inter.

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