L’ANALISI – A Roma vince la forza dell’abitudine. E un campione con la 10


Un’altra di quelle notti. Un altro di quei momenti in cui non c’è domani, è gioia o dolore, trionfo o mestizia. Quello che non cambia è l’epilogo: l’Inter che festeggia, con la coppa sollevata al cielo e un palmares nuovamente aggiornato.

La squadra di Simone Inzaghi è passata dalla fase decisiva della stagione vissuta da aprile a oggi, in cui ha lottato su tre fronti, giungendo ora al momento della semina che può essere più o meno proficua, in tutte le competizioni: l’ultimo atto di Coppa Italia, le ultime giornate di Serie A per prendersi la qualificazione in Champions League e poi la madre di tutte le finali, il prossimo 10 giugno. Primo obiettivo: centrato.

Di tutte le finali disputate fin qui da questa Inter, quella contro la Fiorentina è stata la più sofferta, nonostante quelle precedenti siano state disputate contro Juventus (due volte) e Milan. Non è un’eresia, perché è vero che nelle due sfide con i bianconeri si è arrivati fino ai tempi supplementari e con i viola no, ma in quelle occasioni – per non parlare del confronto di Riyad con i rossoneri – i nerazzurri avevano sempre dominato sul piano del gioco. Questa volta, invece, la sfida è stata estremamente equilibrata fin dall’inizio e, soprattutto, la Beneamata ha approcciato male prendendo gol subito e palesando il rischio di non farcela, stavolta. E invece, anche all’interno di una prova collettiva non eccezionale, ce l’ha fatta. Perché un uomo, il suo uomo migliore, ha deciso così.

Un campione con la 10

Lautaro Martinez si è dimostrato ancora una volta Campione, nell’accezione più piena del termine. E come vuoi chiamarlo, uno che ti ribalta una finale che non stavi giocando adeguatamente? Un gol a tu per tu con Terracciano dopo essersi mosso sul filo del fuorigioco beffando Milenkovic, da centravanti vero, e poi una meraviglia al volo che ha fatto passare l’Inter addirittura in vantaggio prima dell’intervallo.

Il Toro ha toccato quota 27 gol stagionali, picco mai raggiunto in carriera (l’anno scorso si era fermato a 25), ma non è questo il fattore più indicativo della sua crescita inarrestabile. Più dei gol, c’è la sensazione che l’argentino adesso sia diventato leader assoluto, capace di non smarrirsi di fronte ai primi digiuni in zona gol e di trascinare un’intera squadra anche nei momenti più delicati. È diventato più forte degli eventi e dei momenti perché li organizza, li sceglie, li indirizza. E soprattutto, si esalta quando conta. Non è un caso che ci sia la sua firma chiara, leggibile, netta su questa nona Coppa Italia della storia nerazzurra: è il giusto coronamento di una stagione che ricorderà a lungo, comunque vada fra 16 giorni.

La forza dell’abitudine

L’Inter è stata trascinata dal suo numero 10, ma più in generale ce l’ha fatta perché ha ormai raggiunto un alto livello di consapevolezza delle proprie qualità, di pregi e difetti: ha la forza dell’abitudine. L’Inter sa cosa serve per vincere le finali, sa quando è il momento di soffrire ed è necessario abbassarsi e difendere tutti insieme oppure quando riversarsi nella metà campo offensiva senza perdere lucidità, come sull’1-0 della Fiorentina.

I nerazzurri hanno acquisito questa capacità, poi, perché sono guidati dall’allenatore che più di tutti in Italia è specialista di queste serate: è il settimo trofeo in carriera per Simone Inzaghi, il quarto alla guida dell’Inter. Ogni trionfo del piacentino è stato scandito da una finale: è a quota sette su otto, ha perso solo la prima contro la Juventus in Coppa Italia, nel 2017. Non si può parlare di caso o fortuna, sarebbe ridicolo farlo: il fatto che l’ex Lazio abbia qualcosa in più, in questi contesti, è cristallino. Non sappiamo se basterà il 10 giugno, perché quando sei chiamato a un miracolo puoi avere tutte le capacità di questo mondo, ma devi essere assistito anche da un po’ di buona sorte. Ma è bellissimo esserci ed è altrettanto bellissimo, legittimamente, crederci almeno un po’.

Oltre gli ostacoli: siamo in missione!

Prima, però, l’Inter non deve commettere l’errore fatale di distrarsi dal campionato: manca un ultimo sforzo, un ultimo passo per prendersi la qualificazione alla prossima Champions League. Non sarà facile, contro un’Atalanta che ha goduto di una settimana piena di riposo mentre i nerazzurri hanno faticato e festeggiato a Roma. E non sarà facile, a maggior ragione, perché senza alcun motivo (calcistico, perlomeno) la partita è stata fissata al sabato sera. Come dice Inzaghi, “questa squadra è in missione”. E allora è chiamata ad andare oltre gli ennesimi ostacoli, anche oltre chi non rispetta il percorso che l’Inter ha compiuto e gli sforzi fisici e mentali che ci ha messo, per giocarsi ogni singola partita di questa stagione e riportare, insieme a lei, anche l’Italia in una finale di Champions League.

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